Mercoledí
22 Novembre 2017

Obbligo di intervento dei datori di lavoro che devono attivare azioni sanzionatorie e disciplinari verso i lavoratori che violano le norme di sicurezza

Cassazione 3

La Corte di Cassazione Penale Sezione IV con sentenza n. 1512 del 14 gennaio 2010 ha rimarcato e ribadito l’obbligo di controllo dei datori di lavoro verso i lavoratori in materia di sicurezza negli ambienti di lavoro.
“Davanti ad un comportamento del lavoratore scorretto, ripetuto ed in violazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro non è ammesso da parte del datore di lavoro un atteggiamento di tolleranza nei suoi confronti ma in tali casi questi deve esercitare il massimo rigore ed il suo intervento non deve limitarsi a semplici richiami ma deve tradursi, se necessario, in interventi sanzionatori e disciplinari”.
E’ questa la massima che discende dalla lettura della citata sentenza della Corte di Cassazione Penale, chiamata ad esprimersi in merito ai doveri di vigilanza del datore di lavoro e ai provvedimenti che lo stesso deve adottare quando è messo davanti ad un atteggiamento del lavoratore che viola ripetutamente le disposizioni di legge poste, tra l’altro, a tutela della propria salute e sicurezza.
Appurato che l’infortunio in esame è derivato da un comportamento scorretto del lavoratore, la Suprema Corte ha preso l’occasione per precisare quali sono gli elementi che caratterizzano l’abnormità e che la giurisprudenza consolidata considera sufficiente ad escludere il rapporto di causalità nel caso di un infortunio e ad interrompere il nesso di condizionamento tra la condotta e l’evento.
La Sezione IV si è quindi chiesta “Come deve quindi operare il datore di lavoro che si trovi in una tale situazione di ripetuta inosservanza delle cautele di prevenzione da parte del lavoratore?” ed ha sostenuto a proposito che “il datore di lavoro certamente non deve tollerarle ma deve esercitare con il massimo rigore i suoi poteri direttivi e, ove non ritenga di adibire il lavoratore ad altri compiti, ha l'obbligo di esercitare appieno il suo potere disciplinare” e quindi in sostanza ha addossato la colpa al datore di lavoro in quanto non ha esercitato questo suo potere, limitandosi invece a generici e inosservati richiami.
Per l'imputazione oggettiva dell'evento”, prosegue la Corte di Cassazione, “sono necessari due elementi, uno positivo e uno negativo: quello positivo è che l'uomo con la sua condotta abbia posto in essere un fattore causale del risultato, vale a dire un fattore senza il quale il risultato medesimo nel caso concreto non si sarebbe avverato; il negativo è che il risultato non sia dovuto al concorso di fattori eccezionali (rarissimi). Soltanto quando concorrono queste due condizioni l'uomo può considerarsi autore dell'evento". “Perché possa parlarsi di causa sopravvenuta idonea ad escludere il rapporto di causalità (o la sua interruzione come altrimenti si dice)” sostiene ancora la Sez. IV, “si deve dunque trattare, secondo questa ricostruzione, di un percorso causale ricollegato all'azione (od omissione) dell'agente ma completamente atipico, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale; di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta”.
Per quanto riguarda la condotta del lavoratore va intanto rilevato” prosegue la Sez. IV, “ che, nel campo della sicurezza del lavoro, i principi ricordati consentono di escludere l'esistenza del rapporto di causalità nei casi in cui sia provata l'abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all'evento; questa caratteristica della condotta del lavoratore infortunato è idonea ad interrompere il nesso di condizionamento tra la condotta e l'evento quale causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l'evento in base all'articolo 41 c.p., comma 2”.
Sul concetto di abnormità la Suprema Corte ha quindi affermato che “nel settore della prevenzione degli infortuni sul lavoro deve dunque considerarsi abnorme il comportamento che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all'applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro ed è stato più volte affermato, dalla giurisprudenza di questa medesima sezione, che l'eventuale colpa concorrente del lavoratore non può spiegare alcuna efficacia esimente per i soggetti aventi l'obbligo di sicurezza che si siano comunque resi responsabili della violazione di prescrizioni in materia antinfortunistica (cfr. Cass., sez. 4, 14 dicembre 1999 n. 3580)”.